Il club dei riparatori di Idropulitrici

Non ricordo esattamente quando ricevetti la maglietta del Club dei riparatori di idropulitrici, veramente non ricordo neanche il perché ne sia entrato in possesso.

L’ipotesi più probabile è che, tra il 2004 e il 2008 qualcuno della redazione di Ferramenta&Casalinghi (rivista che pubblica lo stesso editore per il quale lavoravo) me la abbia donata di ritorno da una presentazione.

Nessun merito quindi sul dono in se, fatto sta che da parecchi anni la maglietta del “club” mi accompagna la notte verso sogni beati e tranquilli.

Ora, nella mia testa, da sempre immagino il Club come un luogo fantastico, in cui tutti i riparatori di idropulitrici italiani si incontrano per scambiarsi opinioni e dritte per riparare al meglio. Cose tipo:”ciao Giovanni, ieri mi sono imbatutto in una Idropulitrice Karcher k7 Premium con un cuscinetto di banco del motore grippato a causa di una rottura nel filtro anticalcare” (ovviamente si tratta di una problematica inventata, non mi hanno mai accettato nel club).

La cocente realtà, invece, è che non esiste un club così come lo immaginavo io. Il club dei riparatori è un sito di vendita di ricambi per tutti i tipi di idropulitrici.

Nonostante ciò, ogni volta che la sera metto la maglietta del Club, mi piace pensare ancora a uno scantinato di periferia dove i più abili riparatori di idropulitrici si incontrano e scambiano opinioni tecniche incomprensibili ai più, un club di carbonari dell’idropulitrice e quando mi addormento, mi piace immaginare di farne un po’ parte anche io.

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Superlux: il detailing a portata di maglietta

Questa Maglietta mi è stata donata pochi giorni fa (diciamo ancora giugno 2014) e rappresenta il logo di Superlux il primo (???) network di car detailing italiano.

superlux auto detailing

Superlux auto: il network per il car detailing

Il detailing potrebbe essere riassunto in maniera volgare come il ripristino di un’auto, ma non si tratta solo di questo. Comprende infatti dalla lucidatura alla pulizia della carrozzeria da agenti contaminanti, fino al ripristino delle plastiche e degli interni. Un business importante che spesso viene associato alle sole supercar, o alle auto d’epoca, ma che invece è alla portata di tutti e che spesso può risolvere dei problemi reali dell’auto (vedi i fari opacizzati) che magari uno si trascina da tempo.

In ogni caso la maglietta è stupenda e nella foto è un peccato non si legga la scritta “drive like a King” che è stupenda.

Ho usato questa maglietta la prima volta l’8 giugno 2014 per una passeggiata in montagna ai Piani di Bobbio dalla base della funivia al suo arrivo (800 mt di dislivello con oltre venti kg sulle spalle: bimbo più il resto)

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Gli sponsor della mia vita quotidiana

Nel corso della mia carriera di giornalista, mi è capitato spesso di ricevere gadget da aziende di cui ho parlato o con cui ho avuto a che fare.

Nonostante tali “regali”  siano mai stati offerti “in cambio” di alcun che, queste aziende sono diventate, di fatto, sponsor della mia vita quotidiana e ritengo sia giunto il momento di restituire qualcosa.

Ogni maglietta, cappellino, zainetto, fino agli oggetti più stani, è stata infatti conservata e utilizzata nella mia vita comune, così, per rendere “omaggio” a quanto ricevuto, pubblicherò nella sezione sponsor le storie di come sono entrato in possesso di questi fantastici oggetti e il come, ancora oggi, li utilizzi. Ci vorrà un po’, ma spero sarà interessante da seguire

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Di biciclette e motociclette a Milano

Tutte le sere, dopo aver messo mio figlio a letto, dopo aver cenato e magari aver visto un film o letto un po’, esco per fare quattro passi sotto casa e fumarmi in santa pace una sigaretta.

L’itinerario che seguo è sempre lo stesso, forse è un po’ maniacale, lo ammetto, ma il giro attorno all’isolato è perfettamente funzionale: mezzo giro per fumare la sigaretta, l’altro mezzo per smaltirla e far vagare la mente per circa 4 minuti (il tempo di una sigaretta, appunto, nonché di mezzo giro).

Ieri sera però, sono successi due avvenimenti slegati tra loro eppure piuttosto inusuali, sia se li si piglia singolarmente, ancor più se i due fenomeni si presentano insieme.

Per farla breve, appena sceso di casa e accesa la sigaretta, sento un chiasso furibondo proveniente dalla circonvallazione (circa 50 metri dall’uscita di casa mia). Cos’era? Un branco di ciclisti di proporzioni spropositate che pedalava libero e felice, biciclette ovunque. Pensavo che oramai i ciclisti milanesi fossero confinati nelle apposite piste ciclabili, un dedalo di percorsi scollegati tra loro e della lunghezza di una cinquantina di metri l’uno, concepiti in maniera casuale probabilmente ognuno da un tecnico del comune che possiede una casa sopra un lembo di asfalto “per bici”. Ci sono poi i ciclisti randagi, quelli da marciapiede, i contromanisti eccetera eccetera, però vederne un branco intero, libero e selvaggio è stato un shock. Oddio, sapevo che a Milano ogni tanto, a questo punto direi il giovedì sera, di notte, alcuni amanti delle due ruote a pedali si ritrovano per fare un bel giro della città, eppure vederli così, tutti insieme, non mi era ancora capitato.

In ogni caso, il risultato è che ho passato tutto il tempo della sigaretta a riflettere sulla necessità di accompagnare la simpatica scampagnata notturna (io l’ho incrociata attorno alle 23.45) con urla e chiasso, eccheccazzo!, magari uno a quell’ora vorrebbe anche dormire.

Ma proprio mentre spegnevo la sigaretta nell’abituale posacenere posto a metà tragitto ecco che è successo il secondo avvenimento: sulla viuzza laterale che mi riporta verso casa si riversa una fiumana di Harley-Davidson che percorrono la piccola stradina sgasando a più non posso. Dopo una rapida preghiera che le mastodontiche moto americane non abbiano svegliato il pargolo mi sono chiesto se forse il giovedì non sia la giornata delle due ruote “come che sia”, perché insomma, passi per i ciclisti, ma pure i motociclisti mi pare esagerato.

Ho percorso l’ultimo lato del mio quadrilatero “sigaretta” con la viva speranza di incontrare qualche altra cosa così fuori dal comune, ma a parte il solito locale con ragazze parcheggiate all’esterno a fumare su comodi trampoli dai 12 ai 15 cm strizzate in microtubini (ma come fanno? Hanno un trucco? Non dev’essere semplice stare in equilibrio senza neanche poter respirare liberamente), che precede il classico pub “radical chick”frequentato perlopiù da giovani hipster (e qualche, ma raro, alternativo vero) il rientro a casa è stato normale: niente mandria di monopattinisti (sarebbe stato quantomeno più originale), solo una signora in bicicletta. Salendo le scale però un dubbio mi ha assalito: la signora seguiva un suo percorso stabilito o era una della “mandria” che si era persa?

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Editoria vs ricerca e sviluppo

L’editoria, per come la conosciamo, nasce sostanzialmente da una innovazione tecnologica: la stampa a caretteri mobili.

Si può quindi dire che il motore del cambiamento, al di là della paternità dell’invenzione (tralascio le polemiche del caso), nasce da uno stampatore. La figura dell’editore è conseguenza diretta di tale invenzione. Non a caso storicamente i primi editori erano tutti anche stampatori: dominavano la tecnologia che permetteva loro di trarre profitto con la distribuzione.

Negli anni, è diventato fondamentale specializzarsi nella distribuzione e così gli editori si sono emancipati dagli stampatori divenendo delle pure società distributive, seppur di contenuto ma a ben vedere anche di prodotto. Sia chiaro, è rimasto centrale il ruolo della scelta dei contenuti, ma più che quello la differenza l’ha fatta la capacità di proporre prodotti validi in maniera facilmente fruibile. L’editore, insomma è un né più né meno di un “produttore” cinomatografico (paragone un po’ forzato visto che quest’ultima figura è successiva).

Da industria, l’editoria è diventata quindi servizio.

La conseguenza diretta di tale operazione è stata che gli editori hanno smesso di investire in ricerca e sviluppo, imparando a utilizzare ciò che altre aziende, industriali, proponevano loro per abbattere costi di stampa e di produzione, in modo da concentrarsi sempre più sull’analisi e la scelta dei contenuti, nella promozione, nella distribuzione nelle politiche di prezzo. In una parola nel marketing.

Nella maggior parte dei casi, quando oggi guardiamo una casa editrice troveremo che, salvo qualche eccezzione, nessuna tecnologia è proprietaria: non lo è il processo di stampa, non lo sono i software di impaginazione, non lo è neanche la piattaforma di pubblicaizone online, il cms, così come i formati utilizzati per i libri digitali.

è sostenibile una industria che non investe in ricerca?

Il nemico degli editori di oggi sono le software house, non solo perché hanno la tecnolgia, ma perché, grazie a questa, controllano anche la distribuzione.

L’errore che molti editori stanno ancora facendo è non aver compreso questo cambio di paradigma: la distibuzione è tecnolgia, o se preferite, la tecnologia permette la distribuzione. Affidarsi a terzi non risolve il problema.

Prendiamo quelli che vengono considerati i più grandi player di distribuzione del contenuto online, ad esempio. Google investe ogni anno miliardi di dollari in ricerca e sviluppo a 360°, così fa Facebook, ma anche se considerassimo realtà italiane, come King, che produce giochi per telfonini (semplifico) ha tecnologie proprie e sfrutta i colossi del web per fare business.

Senza entrare troppo nei dettagli, tutti i colossi del web vanno nella direzione dell’aumento degli investimenti in ricerca e sviluppo (http://www.itnews.com.au/News/329001,tech-companies-spend-big-on-rd.aspx ). Quanto investono queste aziende in ricerca? Difficile dirlo, ma in media il dato oscilla tra il 4 e il 10% del fatturato. In Italia però le cose vanno più o meno allo stesso modo: le aziende del settore informatico ed elettronico investono una media del 4% in ricerca. tradotto vorrebbe dire che per ogni milione di euro di fatturato circa 40k euro sono investiti in un ricercatore junior. Qualcuno lo sta facendo? Chi è abituato a fare trading (scusate la brutalità della definizione, ma un editore tutto sommato “compra” contenuti e li rivende impacchettati) difficilmente vede il ritorno. Questo è il problema, almeno in parte. Perché per investire bisogna avere un modello di business, bisogna intuire le esigenze del pubblico (magari quelle che ancora non conosce), non solo nella scelta del contenuto, ma anche nella tipologia di fruizione, oltre che del tipo di contenuto, che non necessariamente è uguale a ciò cui siamo abituati.

Qualunque informazione digitale in grado di catturare l’utente o che lo induca a una spesa è un contenuto monetizzabile in qualche modo. Tuttavia ragionare secondo il vecchio schema produttore-fornitore non risolverà mai il problema di fondo dell’editoria italiana nell’affrontare le nuove frontiere digitali, cioè la mancanza di controllo sulla distribuzione.

A questo punto il dubbio che pongo è un’altro: strozzati da una situazione congiunturale difficile, le case editrici riusciranno a mettere in pista investimenti in ricerca che ne garantiranno la vita nei prossimi anni? Quante case editrici hanno un IT interno in grado di sviluppare piattaforme e software? Chi è andato avanti per acquisizioni, ha poi pensato all’intergrazione con l’esistente per creare poli di ricerca dedicati?

Mantenere quindi il controllo dello sviluppo sarebbe ancora più importante della proprietà o meno della tecnologia. A mio modo di vendere, infatti, se una casa editrice riuscsse a lanciare una piattaforma “open” che in grado di posizionarsi come nuovo standard probabilmente ne avrebbe sempre e comunque il controllo, perché possiederebbe la conoscenza del sistema. Ma davvero gli editori si stanno muovendo in questa direzione?

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